Atlantide in Sardegna – intervistiamo Ivan Lucherini #YouSINIS

Siamo qui di nuovo con Ivan Lucherini, archeologo. Parleremo un po’ dei falsi miti archeologici che riguardano la Sardegna. Il piatto forte è ovviamente il fantomatico tsunami di cui si parla in un noto libro, che avrebbe cancellato una civiltà avanzatissima che avrebbe albergato in quest’isola, ci chiedevamo se, si parla anche di prove, lo stesso fatto che i nuraghi siano interrati, o anche l’esistenza di specchi d’acqua isolati anche nel ben mezzo del Campidano, molto lontani dal mare e che non possiedono immissari o emissari che li riforniscono di acqua, poi ovviamente la prova mitologica, il fatto che Platone parla di quest’isola con la perenne primavera, isola fertile, ricca di acqua, l’isola dei costruttori di torri…le prove riscontrabili sul campo, negli scavi, cosa ci dicono?

In realtà sono tutte ipotesi, fantasie, elucubrazioni su una serie di dati che non  hanno riscontro scientifico, anzi, paradossalmente il riscontro scientifico lo abbiamo al contrario, nel senso che le torri nuragiche sono comunque un elemento importante del paesaggio sardo, ma non dobbiamo dimenticare che il paesaggio è in continua evoluzione, sia nel suo rapporto con la costa ma anche poi lo stesso paesaggio, noi non abbiamo, in un arco di vita, normale di una persona la sensazione di come può cambiare il paesaggio e quindi la natura intorno a noi; per farvi capire, rispondendo anche in parte a quell’eccezione sul fatto che i nuraghi sono poi coperti da strato, da suolo, Roma, in piazza di Torre Argentina, è cresciuta in altezza di 9 metri, quindi il piano zero, di calpestio di Roma, 2000 anni fa, era 9 metri sotto quello attuale, questo perché normalmente, soprattutto in ambiente urbano,  c’era la pratica di rasare edifici vecchi, demoliti, rasarli e costruire sopra; nel territorio è normale che vi sia un apporto di terreno e che quindi, di fatto le costruzioni vengano seppellite, la stessa Tharros, fino a metà  del XIX secolo era una città sconosciuta ai più, perché ormai abbandonata dopo la seconda metà dell’ XI secolo, la città era stata semplicemente seppellita, coperta da sabbia, sedimento ecc… quindi era completamente sparita alla vista e solo i primi scavi nelle necropoli della seconda metà dell’ 800 e poi gli scavi sistematici nella seconda metà del ‘900 l’hanno portata a quello che noi possiamo vedere oggi, e che é solo parziale, è stata scavata solo parzialmente, grandi parti di Tharros sono ancora sottoterra, qui nella provincia di Oristano abbiamo addirittura due città, abbiamo Cornus quasi completamente sottoterra, è stata scavata solo l’area paleocristiana di Senafer, e ancora Neapolis, in territorio di Guspini ma vicinissima a Marceddì quindi vicinissima alla provincia di Oristano, abbiamo una città anche quella, completamente sepolta; é normale che antiche vestigia rimangano poi sotterrate, è compito della nostra società, attraverso il lavoro degli archeologi riuscire a portare in luce queste pagine di storia che se scavate con rigore scientifico possono darci informazioni preziosissime su quella che è la nostra storia, la storia della Sardegna.

Inventare un parallelo tra il racconto di Platone e la Sardegna è veramente un’ipotesi suggestiva, bellissima, magari “intelligente” per un discorso turistico, un po’ come l’esempio del lago di Loch Ness, dove è difficile pensare per una persona normalmente pensante che esista veramente il mostro di Loch Ness, però gli abitanti del lago ne hanno fatto una risorsa economica e di questo campano. La Sardegna veramente non ha bisogno di questo, non ne ha bisogno perché basterebbe andare a indagare con rigore scientifico che spesso viene a mancare o in passato non  c’é stato perché gli scavi della seconda metà dell’800, tutto erano meno che scavi che avevano un rigore scientifico, e quindi di conseguenza tantissime informazioni sono andate perse. Scavare con metodo invece quello che noi abbiamo, a cominciare, in questo territorio dal nuraghe S’Uraki per esempio, ci potrebbe dare grandissime informazioni; il nostro compito è quello di raccontare questa esigenza e far capire alla gente che questa esigenza produrrà una ricchissima massa di dati  che ci aiuteranno a ricostruire una parte della nostra storia, della storia di quest’isola.

Hai citato il nuraghe S’Uraki, si parla di un monumento piuttosto ampio, forse il più grande che sia stato finora sottoposto a scavo, ho sentito che occorrerebbe scendere almeno due metri per arrivare al suo piano di calpestio originale.

Questo adesso non possiamo dirlo, sicuramente dobbiamo scendere, dobbiamo scavare; S’Uraki ha una storia affascinante, molto bella e soprattutto è un contenitore di informazioni tutto lì da scoprire; è un nuraghe complesso, se noi guardiamo le immagini dall’alto possiamo contare almeno sette torri  perimetrali ma nel prosieguo del completamento del suo perimetro possiamo immaginarne almeno altre tre, quindi un complesso di 10 torri perimetrali e probabilmente, al suo interno altre 2/4 torri principali, quindi un complesso decisamente amplissimo, se facciamo un rapporto con Barumini è evidentemente una cosa molto più imponente. Una storia di S’Uraki che ha visto la sua spoliazione, al di là della frequentazione in epoche anche successive all’epoca nuragica possiamo raccontare di uno sfruttamento anche in epoca recente, perché era usato come fabbrica per i mattoni crudi del Campidano, un’area in cui, in un periodo in cui non c’era  la sensibilità che abbiamo adesso rispetto ai monumenti archeologici  e c’era semplicemente uno sfruttamento di quelle che erano le risorse del territorio fra cui anche questa struttura; sarebbe bellissimo poter ampliare in forma esponenziale lo sforzo di scavo  archeologico in quest’area anche perché in questo momento c’ é  una concessione di scavo e ci sta scavando una università americana con dei colleghi archeologi  locali, però lo scavo è assolutamente limitato ad una piccola porzione e sta dando dei risultati prevalentemente di un’epoca successiva alla fase originale, di costruzione del monumento; è un monumento che apre tantissime domande; l’archeologia ha questo particolare, parti da delle domande, inizi a fare uno scavo, e lo scavo stesso ti formula altre domande, e così a proseguire, fino ad arrivare ad una verità così complessa, così articolata, soprattutto nei rapporti col territorio, nei rapporti con gli altri monumenti ed è affascinante proprio per questo. S’Uraki ha appunto questa imponenza nel centro di un Campidano molto ricco,  ricco di acque, ricco di risorse agricole, risorse per quanto riguarda la pesca, e soprattutto ai piedi del Montiferru che per sua definizione ha questa particolarità di avere una disponibilità di minerale per la nascente industria dei metalli. Immaginate cosa può essere conoscere la tecnologia della lavorazione del metallo e produrre oggetti in metallo in una civiltà che ha un passato dove il metallo non esiste, è una rivoluzione come per noi volare, per noi adesso, cittadini dell’Italia del 2016-17 il volare è un patrimonio acquisito, solo 100 anni fa questo non esisteva, era fantascienza, adesso per noi è normale, immaginate quella società come vive questa evoluzione, quindi quella capacità di creare strumenti, attrezzi e di evolvere la propria capacità di  lavorazione delle materie  e quindi di produrre beni di uso, consumo e anche duraturi. La collocazione di una struttura di questo tipo, così imponente, é pensata, non casuale, identifica un territorio, la valenza di quel territorio; sicuramente c’é un rapporto tra S’Uraki e l’area della necropoli di Monte Prama, questo rapporto dobbiamo capirlo, questa è una delle domande che l’archeologia  si fa, dobbiamo capirlo inquadrandolo in quel territorio di 3000 anni fa circa che è un territorio in evoluzione costante,  quando, praticamente   iniziano i primi segnali e  le prime manifestazioni  di quello che poi succederà nei secoli successivi, cioè queste grandi colonizzazioni provenienti dall’oriente che costituiranno in Italia la Magna Grecia e in Sardegna la nascita di tutte le città costiere dell’isola.

Hai citato i greci, per quello che sono i nostri ricordi della storia che studiavamo a scuola parrebbe che non abbiamo mai messo piede qui in Sardegna, si parla di Fenici, o meglio degli abitanti di quelle città stato dell’attuale Libano ma soprattutto dei Cartaginesi; ma i greci sono  arrivati, hanno lasciato una traccia del loro passaggio? 

Allora, dobbiamo considerare anzitutto che prima della conquista romana del Mediterraneo, di fatto, il Mediterraneo è una grande via di comunicazione, l’unica, ovvero tutte le grandi civiltà che si affacciano su di esso sono in comunicazione tra di loro attraverso la navigazione, perché le vie terrestri magari esistono ma sono più faticose e scomode da percorrere; addirittura, apro una parentesi, l’editto di Diocleziano, che è una sorta di decreto legge  dell’inizio del IV sec. d.C. Stabilisce, in una sorta di volontà di calmierare i prezzi, stabilisce i prezzi per il trasporto via mare e via terra e pone in evidenza una differenza di costi elevatissima tra il trasporto via terra e il trasporto via mare. Il trasporto via mare era il più economico che esisteva, e con il trasporto delle merci vi era anche il trasporto delle persone, non esistevano navi dedicate al solo trasporto dei passeggeri.

Così le culture si contaminavano tra loro…

Dobbiamo un po’ rivedere questi concetti antichi dell’inizio del 1900 dove generiamo e studiamo in standardizzazioni precise la storia romana, la storia fenicia, greca ecc…dobbiamo considerare un momento in cui in un unico grande lago, il Mediterraneo, queste culture si affacciano e si contaminano, e quindi possiamo immaginare in quel periodo navi probabilmente costruite, quindi di proprietà di un cananeo che avevano un equipaggio costituito da sardi, greci e da filistei per esempio, e veicolavano merci provenienti da tutto il Mediterraneo e scaricavano merci in tutti i porti del Mediterraneo; in ogni porto c’era una azione di vendita e di scambio, perché poi la moneta arriverà molto più tardi, la moneta intesa come conio, il commercio sarà sempre una questione di scambio. Dire che i greci non sono mai arrivati in Sardegna è un’affermazione molto forte, che non può essere sostenuta dalla logica; sicuramente sono arrivati in Sardegna, vi hanno portato le loro merci, abbiamo attestazione da questo punto di vista dall’archeologia quindi che siano venuti loro fisicamente o che abbiano veicolato le loro merci attraverso altri commercianti questo non ci è dato di sapere; evidentemente non sono venuti con la logica di colonizzazione che hanno fatto rispetto alla Magna Grecia italiana, quindi alla penisola italica, con la formazione delle colonie come Taranto, come Reggio, come Catania ecc…

La contaminazione può essere anche nel presente… mettiamo che io vada in uno scavo in Grecia, prendo un oggetto degli antichi greci, me ne torno in Sardegna e lo mollo per terra vicino ad uno scavo dei nuragici…     

Quello non ci dà un’informazione, il ritrovamento di quell’oggetto non ci può dare un’informazione scientificamente corretta; come dicevo la lettura del grande libro dell’archeologia, un libro fatto di terra, è una lettura  che deve considerare lo strato sigillato, lo strato  incontaminato. Se uno strato incontaminato ha al suo interno elementi datanti e altri elementi che contribuiscono alla ricostruzione storica delle vicende di quel luogo noi possiamo affermare senza termine di smentita qualcosa di assoluto. Tutto il resto sono ipotesi, che di per sé, non fa storia. Io amo sempre fare dei paralleli, siamo cresciuti da bambini con il mito dei cowboy e degli indiani, gli indiani erano i cattivi ed i cowboy erano i buoni; in realtà ci siamo accorti, studiando la storia, che succedeva il contrario, e questo è un po’ l’approccio che noi dobbiamo avere rispetto a questi tempi, cioè la ricostruzione storica, in generale delle vicende del Mediterraneo, non dimentichiamo che il Mediterraneo era il mondo, tutto il mondo conosciuto era il Mediterraneo; tutta la cultura occidentale nasce intorno a questo grande lago. Ricostruire le vicende storiche nella fase in cui le fonti scritte, cioè i libri, non ne parlano, evidentemente ci è consentito solo attraverso un uso metodico e scientifico dell’archeologia, che deve essere finalizzata alla ricostruzione storica delle vicende che hanno coinvolto la nostra civiltà; un’archeologia che deve essere  rigorosa e scientificamente inattaccabile, perché se così non è, ripeto, sono solo ipotesi, degne di rispetto però come tali non vanno sdoganate come verità; quelle di cui noi parliamo sulla Sardegna riguardo lo tsunami, riguardo all’abbandono nei magazzini delle statue di Monte Prama, riguardo agli shardana  ecc… sono solo strumentalizzazioni più o meno politiche o comunque più o meno inattendibili,  che basano una verità, la basano però su una ipotesi, che come tale è solo un’ipotesi, non può essere sdoganata come verità.

Abbiamo prove di rapporti con altre popolazioni, mi vengono in mente ad esempio i sanniti, ricordo nel libro di storia delle medie un affresco in cui si vedeva un guerriero con un elmo, con delle corna pomellate e a fianco, così era indicato nella didascalia, due guerrieri sanniti. Per il tipo di armatura, ben definito, poteva sembrare effettivamente, un guerriero nuragico.  

Sicuramente  noi abbiamo prova di scambi commerciali  fra la Sardegna e il continente ancora in fase prenuragica, perchè, come dicevo stamattina, per esempio l’ossidiana di Monte Arci trovata in nord Italia quindi stiamo parlando di una fase villanoviana, ancora precedente alla fase etrusca, e poi nel sud della Francia. Se arrivava l’ossidiana là in quel periodo siamo prima della fase dei metalli, prima del bronzo, immaginiamo se nell’età del bronzo non abbiamo uno scambio, assolutamente sì, vero è che dagli scavi delle necropoli di Tharros sono risultati tantissimi “buccari” etruschi, tantissimi bronzetti nuragici  sono stati ritrovati in tombe etrusche  in Toscana e anche in Campania, sapete che gli etruschi avevano moltissime collocazioni regionali diciamo. Non possiamo escludere quindi nessun tipo di contatto tra la Sardegna e i nuragici e gli abitanti della penisola  italiana, ogni situazione è situazione da studiare; le similitudini…dobbiamo fare molta attenzione perché il parlare ad esempio di  elmi cornuti…è una pratica così comune in tantissime civiltà che non possiamo prenderla come denominatore comune di diverse etnie, di diverse civiltà, dobbiamo approfondire in maniera esaustiva questi aspetti, non possiamo escluderlo ma non possiamo nemmeno associarlo in maniera così, a priori, solamente per una similitudine del disegno di un oggetto.

C’è stato un gran parlare dei rapporti con gli egizi. Mi è capitato di vedere fotografie di presunti cartigli che sarebbero stati incisi in alcuni luoghi ben definiti nei pressi degli scavi di Tharros; e lo scarabeo, un simbolo piuttosto comune tra gli egizi, alcuni esempi sono stati ritrovati anche qui.

Certo, perché non dobbiamo dimenticare che se noi definiamo Tharros, la fondazione della città, creata o comunque fondata da un’etnia nuova, formata da sardi e navigatori levantini, tra cui cananei, quelli comunemente definiti fenici,  se noi definiamo la fondazione di Tharros  a carico di questa nuova etnia, dobbiamo considerare che gli stessi cananei erano di fatto, e questo che lo dice la Bibbia,  gli artigiani prediletti di quell’area geografica compreso l’Egitto; loro stessi, capaci di grandi tecnologie e di grandi lavorazioni dei materiali, non dimentichiamo che quelli che noi chiamiamo fenici veicolano in tutto il Mediterraneo la tecnica di lavorare il murice, creare il colore rosso, questa porpora che viene utilizzata per colorare i tessuti, i vasi ecc…ecc…il carattere comune di un corredo fenicio è proprio la colorazione rossa dei propri vasi; la lavorazione del vetro…capaci di grandi tecnologie, dello sviluppo di grandi tecnologie che trovano mercati in tutto l’oriente del Mediterraneo e quindi le stesse persone che, poi, lavoravano per conto di quelle committenze potevano tranquillamente essere residenti anche qui, tanto è vero che Tharros è un po’ conosciuta come la “valenza po” (?)  della fase preistorica diciamo, proprio perché la fase storica, diciamo, proprio perché la lavorazione dell’oro per esempio era molto fiorente. Nel corso della seconda metà dell’ 800 quando ci sono gli scavi selvaggi nelle necropoli di Tharros ad opera di tantissimi tombaroli, e poi anche a cura di un curatore della Soprintendenza di Cagliari che vendette gran parte di questi tesori al British Museum, dove possiamo vedere tantissimi ori provenienti da Tharros.

L’oro veniva estratto qui in Sardegna?

Non estratto, veniva lavorato, sì poi veniva anche estratto ma veniva poi lavorato in Sardegna e Tharros era proprio un luogo di produzione di questi oggetti. Tharros rappresenta l’evoluzione da un mondo agropastorale, tipico nuragico a un mondo che si affaccia al Mediterraneo e che concepisce la creazione di oggetti e il commercio di oggetti come attività principale del proprio essere, del proprio esistere.

Sbaglio o qualcuno parlava anche di sardi conquistatori, che sarebbero andati ad attaccare altre città in Italia per esempio.

Allora queste logiche purtroppo…sempre funzionali ad una ricerca  archeologica che deve essere scientificamente inattaccabile, quindi attendibile; non immagino siceramente dei sardi conquistatori, semplicemente perché non ne avevano bisogno; da sempre nell’uomo l’azione è guidata dalla necessità, io mi alzo la mattina perché devo andare a lavorare, conquisto un territorio perché ho bisogno di quel territorio, voglio costruire un impero perché chiaramente voglio ampliare questo territorio. Quando però non ho questo bisogno, non dimentichiamo che il concetto di talassocrazia, cioè il dominio del mare e di conseguenza  il concetto di dominio dei territori  è un pensiero filosofico e storico successivo a quel periodo, non siamo ancora nel momento in cui Cartagine comincia a dire, voglio contrastare l’espansionismo greco e quindi voglio contrastare i greci in tutto il bacino del Mediterraneo occidentale, non c’é ancora Roma che si impone in tutto il Mediterraneo e pone in atto tutta una serie di prima di accordi con le città confederate poi piano piano una politica espansionistica tipica dell’ Impero che tende ad occupare per sfruttare i territori. Questo non c’é ancora proprio perché, in un parallelo, possiamo anche fare un’affermazione, anche se potrà sembrare magari un po’ forte; perché Roma si espande così? Roma si espande perché ha bisogno  di sfruttare altri territori proprio perché, è in una logica di sfruttamento ai fini del mantenimento di uno status politico e sociale nella capitale, a Roma. Roma arriva ad avere un milione di abitanti, non esiste una cifra di questo tipo in tutta la Sardegna in quel periodo, assolutamente.

Insomma, niente Atlantide in Sardegna.

Quella che è stata considerata la prova di Atlantide, una sorta di stato di fango sullo stesso nuraghe S’Uraki, in realtà copre una fase romana e precedente anche, quindi no, non possiamo dire che la Sardegna era Atlantide, non lo possiamo dire con rigore scientifico, poi se lo vogliamo dire con fantasia.

Se avessimo almeno una prova che vada oltre quelli che sono i racconti di Platone magari, ci sarebbe già qualche indizio su cui lavorare ma essendo solamente…finché rimane scritto su un poema epico è e rimane un mito.

Certo, rimane un mito perché poi, come spesso accade questi racconti epici  degli autori antichi sono un po’  utilizzati da molte popolazioni da molti gruppi etnici per valorizzarne l’identità, sicuramente troviamo degli altri paralleli, non solo in Sardegna, tutti vorrebbero essere Atlantide, tutti dichiarano di essere Atlantide. Bisogna anche capire quali erano le fonti storiche di Platone  quando ha scritto questa cosa, soprattutto su cosa si basavano e poi ripeto, avere queste prove scientifiche di questo tsunami perché adesso siamo stati molto condizionati dai nostri recenti tsunami ecco perché abbiamo tirato fuori lo tsunami dell’antichità. Di quello che sappiamo come dicevo è stato questo grosso movimento tellurico di Santorini e quindi da qui ad arrivare allo tsunami sulla Sardegna rimane un po’ ardita la cosa.

Come fa un archeologo, secondo te, a reggere la concorrenza di chi fa queste pubblicazioni sensazionaliste, che sono anche molto alla Dan Brown no? Sono molto suggestive.

Una delle colpe dell’archeologia è quella di non parlare alla gente, perché, io ripeto, l’archeologia è uno strumento, è la capacità di leggere un libro, è come se io leggessi un libro in cinese e raccontare a chi il cinese non lo sa leggere che cosa c’é scritto, quindi questo è l’archeologia. L’archeologia è la capacità di leggere un libro di pagine fatte di terra e raccontarlo alla gente che giustamente come voi, come tanti in tutto il mondo desiderano conoscere la propria storia. Quanto più è antica, quanto più è affascinante la propria storia tanto più aumenta l’orgoglio di appartenere a quella etnia, quindi l’archeologo deve proprio usare questo strumento e  usando un linguaggio alla portata di tutti raccontare quello che è il frutto del suo lavoro.

C’é un’altra, tornando ai miti, un’altra di queste ipotesi, che parla di soldati chiamiamoli shardana, sardi, chiamiamoli come vogliamo, che sarebbero raffigurati in un geroglifico a fianco del faraone in un tempio, ad Abu Simbel o a Luxor, ora non ricordo. Un’altra delle ipotesi più gettonate è quella che vedrebbe dei soldati shardana, sardi, chiamiamoli come vogliamo, raffigurati in un geroglifico al fianco del faraone, credo fosse Ramsete II, in un tempio in Egitto, è un’ipotesi che ha credito? 

Allora, l’esistenza di una etnia shardana è indubbia, fuor di dubbio, nel senso che gli shardana erano un popolo facente parte di una  grossa massa di altri popoli, che in una fase migratoria, importante intorno al XIII secolo a.C., si sono spostati dal centro dell’Europa verso il bacino del Mediterraneo orientale. Associare il termine shardana a Sardegna è possibile però nulla lo prova, anche perché, ad esempio, c’é una città che si chiama Sardi in Anatolia. I sostenitori di questa teoria diranno che quella città è stata fondata da sardi. Benissimo, ok, possiamo dirlo, magari è pure vero, però dobbiamo avere delle prove archeologiche, senza le quali rimangono ipotesi, ipotesi degne di rispetto però solo ipotesi, e non ci possiamo costruire né battaglie ideologiche su e null’altro che una valutazione legata al fatto che é un’ipotesi. Solo l’archeologia sul campo può derimere nel caso ci siano o no la presenza di queste prove può dire effettivamente…certamente possiamo immaginare che i sardi, in quanto individui singoli, non come unità o un esercito abbiano viaggiato e siano stati in oriente, nel vicino oriente e abbiano partecipato ad attività di vario genere anche nel bacino Mediterraneo orientale però da qui a dire che i sardi erano una razza eletta che… è un po’ azzardato.

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