Moby Dick di John Huston

Quando Ismaele (Richard Basehart) recita la sua famosa introduzione, Huston inizia la narrazione del film con un pezzo sottile ed estatico, di meditazione sulle qualità assieme gravi e mistiche dell’acqua.
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Ismaele appare nell’immagine stagliandosi contro il cielo, e poi procedendo in una passeggiata in discesa dapprima fra i boschi e lungo il sentiero che segue il corso di un ruscello, poi su di una collina che dietro di sé svelerà il mare e il porto di New Bedford. Quando arriva lì, incontra i padroni della Spouter Inn, tra cui il geniale oste Peter Coffin (Joseph Tomelty) e un velista molto gioviale, Stubbs (Harry Andrews), i quali inducono Ismaele a unirsi in una singolare comunione con i balenieri, e quindi a intravedere assieme l’avorio della gamba finta di Achab in un lampo d’apparizione, zoppicante, dai vetri della locanda. Huston accumula la presenza di Achab come quella di un uomo dalle grandi abilità e che incute timore, anche se egli non viene mai mostrato fino a mezz’ora dall’inizio del film, se non attraverso il rumore implacabile della sua gamba di legno sul ponte del Pequod, e per le reazioni degli altri uomini alla sua contorta presentazione: “I suoi sguardi dicono più di qualsiasi sermone che tu possa udire in chiesa circa la mortalità dell’uomo”, come il quacchero Capitano Peleg (Mervyn Johns) ricorda a Ismaele.
Quando finalmente Achab viene svelato, è una fusione tra un uomo dalla prodezza naturale e innaturale, tra l’americano e lo sciamano, fuso con le ossa delle balene che esso ha immolato a decine, nella più perversa idolatria della vendetta contro la specie dei grandi cetacei. Pur rimanendo profondamente fedele al libro, Huston mette in scena “Moby Dick” come una successione di sequenze lunghe e complesse, in modo che strutturalmente il suo film è meno romanzesco ma maggiormente sinfonico (l’importanza della frenetica colonna sonora, composta da Philip Sainton, abbastanza sorprendentemente la sua unica opera per il cinema pur essendo molto conosciuta dagli appassionati, è inestimabile). Dopo l’arrivo di Ismaele, assistiamo alla predica di Padre Mapple (Orson Welles, in un pezzo di recitazione splendidamente di carattere), dove la macchina fotografica di Huston carrella attraverso il corridoio centrale, passando per il coro impegnato nel rito sociale e la congrega di New Bedford a contratto del rito religioso, mentre su di una parete, decine di targhe commemorative ricordano sportivamente le decine di uomini che hanno perso la vita impegnati nel lavoro di pescatori, in mare al largo di New Bedford, raccontando ognuna la sua versione della storia di una caccia alle balene.
E’ una sequenza che salda l’aspetto comune e il privato, lo storico, il fisico e il metafisico, l’emozionale e l’ironico tutti insieme. Mapple stesso, predicando la sua feroce versione della storia di Giona e della balena, ci presenta la prima correlazione visiva e tematica tra il mistico e quella di un maestro, salendo sul suo pulpito modellato come la prua di una nave. Più o meno allo stesso modo, e con altrettanto fervore, ma più equivoco, e bizzarramente calato nell’atmosfera, Achab predica il sermone della balena bianca e la necessità di distruggerla, al suo stregato equipaggio, onde annientare “ciò che bastona e mutila la nostra razza”. Mentre il polinesiano Queequeg (Friedrich Ledebur) è definito come un pagano, in risposta alle aguzze domande e ai dubbi del Quacchero compagno Peleg (Philip Stainton), egli risponde lanciando il suo arpione con una tale e letale precisione, che tutte le obiezioni cessano, e lui e gli altri uomini non caucasici che formano la trinità della nave dei fiocinatori sono i primi a riconoscersi nel Dio cabalistico di Achab. La prima grande sequenza del Pequod è a vele spiegate, un grande pezzo di cinema ricco di emozione e di una grandiosa ricostruzione ambientale, si diparte da un membro della congregazione (Iris Tree) che va distribuendo bibbie ai membri dell’equipaggio, ignorato in modo decisivo proprio da Queequeg; il silenzioso coro delle vedove e delle mogli che guardano i loro uomini che si preparano a scomparire per tre anni; il primo ufficiale Starbuck (Leo Genn) che si agita dando l’addio a sua moglie (Joan Plowright) e dallo sguardo di alcuni bambini che guardano da lontano come in una veglia; Ismaele e Queequeg che incrociano lo sguardo con l’agitato veggente (Royal Dano); il mozzo Pip (Tamba Allenby) balla e batte il suo tamburello sulla bandiera a stelle e strisce che scorre; l’equipaggio alza le vele e lascia il porto, mentre l’autentico canto che si alza dalle baracche (insegnato al cast da AL Bert Lloyd, che lo porta sullo schermo); e il grido finale di “Al giro del mondo!” del timoniere, riecheggia sulla baia come le vele della nave che si porta fuori dal porto.
Questo è uno dei più grandi momenti del cinema degli anni cinquanta, in quanto esso non solo ci offre un fine preciso, ma ci offre una sequenza realizzata con il cuore, dai dettagli travolgenti, e ci descrive anche organicamente un intero mondo con una tale profondità, che sembra strappata dalle vere memorie dell’epoca di un componente del razzialmente composito equipaggio; il grido del timoniere risuona con un tale senso di spazio e di solitudine che la soggezione della comunione con l’oceano che gli uomini stanno per intraprendere, è di per sé una sfida spirituale. Questo rivela anche ciò che Huston aveva imparato dal montatore Don Siegel, il quale aveva montato insieme a lui una versione embrionale di questa scena per il film di Huston del 1942 “Dall’altra parte del Pacifico”. “Un capitano non può infrangere la legge!” Grida Flask (Seamus Kelly), testa calda e terzo ufficiale del Pequod, in replica al suggerimento di Starbuck di rovesciare Achab dal comando della nave: “Lui è la legge, per quanto tu possa preoccuparti! “Ma Starbuck, risponde” Il coraggio è stato uno dei grandi punti fermi su di questa nave… e quando esso è necessario, non deve essere stupidamente sprecato “, oggetto per la deificazione di Achab è il suo litigio con la” cosa dietro la maschera ” che anima le forze del mondo a sua volta, e Moby Dick in particolare. Egli sospetta che Achab si appresti a rinnegare Dio e a prepararsi per uccidere Moby Dick, decidendosi a fermarlo, e tuttavia proprio l’oggettivo protestantesimo di Starbuck è cieco di fronte alla forza della natura stessa: “Moby Dick non è un mostro, è una balena! Noi non corriamo timorosi dalle balene, le uccidiamo! “Grida all’equipaggio del Pequod, impegnandoli in tal modo alla stessa missione suicida per la quale Achab è già perito.
La prestazione formidabile di Genn è degna di nota per il suo modo di bilanciare la calma con un curioso ma più profondo, ardore, specialmente nella scena in cui non riesce a dominare i suoi nervi di fronte ad un Achab divenuto improvvisamente riflessivo. L’incontro tanto atteso di Achab con Moby Dick, è finalmente realizzato da Huston con grande astuzia e abilità, e tracciato da un grafico che gli permette di seguire i movimenti delle balene, fino all’atollo di Bikini, poi tristemente noto per essere la posizione dei test americani con la bomba H: l’incontro di Achab con la balena bianca precorre quello dell’umanità con l’annientamento. Gli sforzi di Huston per infondere il più fluido realismo al cinema industriale con cui aveva avuto la sua rottura più profonda, lo portò a girare nelle profondità del Messico e dell’Africa, e per “Moby Dick”, lo portò in Irlanda, dove avrebbe poi vissuto per il resto della sua vita. Per ricreare la vecchia città baleniera americana di New Bedford, utilizzò la storica città di Youghal, lavorando con il suo direttore della fotografia Oswald Morris, per cercare di trovare il modo di trasformare la fino ad allora troppo intensa e allegra luminosità del Technicolor, nei toni più incisivi e sottili che essa avrebbe dovuto assumere per il film. Huston aveva già sperimentato gli effetti del colore in “Moulin Rouge”, con tutto ciò che sottolineava le debolezze dei personaggi e le tonalità drammatiche di quel film, in un riuscita messa in scena.
Lo sguardo di “Moby Dick”, con i suoi dettagliati ma attutiti colori, possiede una qualità che sembra più moderna di molti film degli anni ’50 e tuttavia coglie anche l’aspetto dei dagherrotipi d’epoca e delle litografie. Il modello di lavoro nelle scene di caccia alla balena è inevitabilmente datato, Huston curò le scene cercando di conferirgli una connotazione furiosa che mantenesse l’impressione della formidabile fisicità dello scontro, intervallate da un vero e proprio filmato di caccia tradizionale alle balene nelle Azzorre. Un grande piacere del film è la notevole profondità degli attori che punteggiano il cast, a volte nel più piccolo dei ruoli, come Bernard Miles quale membro dell’equipaggio proveniente dall’Isola di Man, e Francis De Wolff come il capitano Gardiner della compagnia baleniera della nave, o Rachel, intravista solo da lontano nei campi lunghi e ancora interessante quando va supplicando Achab per aiutarla nella ricerca di suo figlio scomparso. Basehart era un po’ troppo maturo per impersonare un ragazzo come Ismaele, aveva due anni più di Gregory Peck, quindi oltre i quaranta, ma è certo che Huston lo abbia scelto per il suo aspetto aperto e ancora inalterato, oltre che in originale per una ricca voce baritonale, che rendeva il suo commento fuori campo perfetto. L’intero cast, anche l’attore tedesco Friedrich von Ledebur come Queequeg, sembra scelto con tanta cura che quasi sembrano nati tutti per i loro ruoli.
E’ ironico che poi la debolezza più comunemente citata del film sia nell’interpretazione di Peck, che, anche se per nulla malvagia, non è la migliore possibile e forse neppure superiore a quella di Patrick Stewart nell’adattamento televisivo di Franc Roddam del 1998. Peck è associato per i suoi ruoli sullo schermo sempre alla bontà e alla discrezione, e forse mancava per la parte di quel necessario e innato senso selvaggio e autoritario atto a impersonare Achab. Peck nella sua interpretazione rimane però acutamente stilizzato, tendente ad un naturalismo metà del XIX ° secolo e prossimo alla stravaganza di “signore supremo e dittatore”. Huston avrebbe originariamente voluto suo padre Walter a interpretare la parte quando poi al progetto è approdato Orson Welles, che avrebbe voluto fare lui la propria versione di Achab; sia Welles che lo stesso John Huston, come più tardi avrebbe detto Peck, sarebbero probabilmente stati degli Achab maggiormente ideali. Tuttavia, Peck, con la sua allampanata rettitudine e l’aria che è riuscito ad infondere di una lotta fisica con sé stesso per abituare il peso alla sua falsa gamba di legno, la cicatrice che gli ha spaccato la faccia, incarna Achab come il Golden Boy americano regredito in primitività da un incantesimo del casting. I suoi occhi lampeggiano al pericolo e dell’ardore che spiega le sue motivazioni, i suoi sbalzi di voce dal basso minaccioso al gridare dalla rabbia, frustando i suoi assetato di sangue, mentre gli occhi osservano Ismaele come con strani intenti.
Pronunciando “corpi” nell’affrontare Ismaele (come in una fissazione omoerotica fremente per Ismaele), e quale fosse in grado di rilevare la strana carica tra lui e “lo stesso corpo” dell’amico Queequeg, attratto dalla carne e dall’anima, con lo scopo di trasformare il suo equipaggio in adepti del culto per la caccia alla balena. Nella seconda straordinaria sequenza, il Pequod, bloccato dalla bonaccia a Bikini, diventa teatro del trapasso di Queequeg, convinto dalla predizione delle ossa sacre di stare per morire, egli siede immobile dopo aver pagato il falegname per costruirgli una bara, mentre l’equipaggio, soffocato dal caldo di una serata tropicale, la luna calda come un sole, comincia a logorarsi. Il rumore del lavoro del falegname e Pip che attacca danzando una inquietante canzone forniscono allo strano ritmo della musica quell’azione per cui Ismaele fa appello ad un suo amico di venire con lui, un annoiato membro dell’equipaggio, per mettere alla prova la risolutezza di Queequeg, il quale si è fatto dei sanguinanti tagli sul proprio petto. Qui il montaggio di Huston, e l’uso del suono, è eccellente nella creazione di uno stato d’animo tetro, e costruisce una notevole, silenziosa rissa mentre Ismaele cerca di salvare il suo amico dalle mutilazioni, solo per essere aggredito e minacciato di essere ucciso e poi salvato dai compagni dallo stesso Queequeg che lo protegge, improvvisamente il grido “Il soffio!” rompe finalmente l’incantesimo.
Moby Dick appare come “un grande Dio bianco”, quale la descrive Pip, saltando sopra di una scialuppa per unirsi alla caccia, mentre il Pequod la insegue solcando una tempesta sotto l’ordine- minaccia di Achab, e anche di Starbuck con una lancia quando cerca di tagliare il sartiame. Achab compie un gesto da maestro del teatro quando il fuoco di Sant’Elmo illumina la nave, facendo l’ultimo passo verso lo sciamanesimo, strappando il fuoco dal cielo e “incutendo l’ultima paura”. Tutto ciò che resta è per il finale, consumandosi l’ultima battaglia con Moby Dick, in cui Achab termina affogato, oramai quasi cadavere a cavallo tra la schiena della sua nemesi mentre la pugnala con furia mentre le grida le sue maledizioni, prima di annegare e fare con un movimento del braccio cenno della sua morte all’equipaggio. La balena si scaglia furiosamente contro lo scafo del Pequod schiacciando i gracili esseri umani, con lo scherno di una rabbia animalesca, prima di soccombere alle ferite del rampone di Achab. E’ questa la più ambiziosa scena d’azione mai tentata da Huston, ed è brillantemente messa in scena, anche se gli effetti speciali di modellini e miniature possano adesso apparire scadenti. In compenso, il montaggio della sequenza operato da Huston riesce ad essere sia coerente che al contempo onusto di strepito e di furore, significantemente denso di effetti, come i denti a rastrello della grande balena fendono le acque e la sua grande coda si abbatte sugli uomini indifesi, lasciando Ismaele unico sopravvissuto alla deriva aggrappato alla bara di Queequeg fino al salvataggio da parte del Rachel, naufrago solitario proveniente dall’ora dell’annichilimento. E’ una fine che influenza profondamente un film maturo per la rivalutazione se mai ne avesse bisogno, del film stesso e di Huston, un uomo che ha sempre cercato e spesso non è riuscito a tenere un piede in un mondo di eccessi virili e un altro nella sensibilità artistica, ma che è riuscito a sospingere entrambi gli impulsi a un limite che è quello proprio e più congeniale della storia di “Moby Dick”.

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