Malato di Alzheimer guarisce grazie alla vitamina D? Attenzione alle storie acchiappa click

In un post pubblicato su Lo Spillo si racconta quanto riportato da una certa Nadia nel gruppo Fecebook Chemioterapia Naturale. Si tratta di un mero copia-incolla di un post del novembre 2016 pubblicato originalmente su Dionidream. La ragazza avrebbe assistito ad un progressivo miglioramento delle condizioni del padre affetto da Alzheimer. Questo grazie all’assunzione di vitamina D.

A distanza di dieci giorni dalla somministrazione di due fiale da 100.000 Dbase (NdR: integratore di vitamina D mutuabile o dal costo di 7€ in farmacia), mio padre ha recuperato il ricordo di avere una figlia di nome Nadia, è sciolto nel linguaggio, è spiritoso, il viso meno contratto, le reazioni emotive alle conversazioni più immediate.

Secondo l’autore del post Nadia avrebbe sottoposto il padre a questa cura a seguito dei consigli del Dott. Claudio Sauro. Il nome non ci è nuovo. Era stato già pizzicato da David Puente per le sue affermazioni riguardo le proprietà della vitamina D e la febbre concepita come panacea di tutti i mali:

Ma nell’articolo la febbre viene vista come la panacea di tutti i mali e non bisogna mai abbassarla. Parola del dr Claudio Sauro il quale sostiene che essa sia la soluzione a tutto, insieme alla vitamina D. Il sopracitato dottore poi consiglia di sostituire il paracetamolo col metimazolo (novalgina), forse ignaro del fatto che le due molecole agiscono in modo simile.

Sottoposto a procedura di radiazione, Sauro è stato infine sospeso per 6 mesi dall’ordine dei medici di Verona nel luglio scorso. Non sarebbe infatti dimostrato che il medico abbia invitato i pazienti ad abbandonare la chemioterapia con altro genere di cure naturali. Supponendo che quanto riportato corrisponda a verità – dal momento che non abbiamo un contesto preciso – possiamo confidare nel fatto che Sauro abbia consigliato tale terapia come una sorta di placebo, da affiancare a quella prescritta per il padre di Nadia.

Cosa sappiamo sull’Alzheimer

L’Alzheimer è la più comune demenza neurodegenerativa. In tutto il Mondo si contano circa 26 milioni di malati, 500 mila solo in Italia. Stando alle conoscenze attuali la malattia è dovuta ad un accumulo di proteina beta-amiloide tra i neuroni, questa forma delle placche causando la distruzione delle cellule nervose, con un conseguente sviluppo di sintomi quali la perdita progressiva della memoria. I falsi miti attorno a questa forma di demenza sono parecchi e ancora duri a morire. Ad oggi non si conoscono terapie in grado di curarla, tuttavia secondo la Food and Drug Administration “alcuni pazienti possono gestire i sintomi e migliorare la qualità di vita con farmaci che stabilizzano temporaneamente la memoria e le abilità cognitive”. Elemento questo indipendente dall’assunzione di vitamina D che potrebbe spiegare i miglioramenti del padre di Nadia.

Quali studi dimostrerebbero l’efficacia della vitamina D?

Diversi studi avrebbero dimostrato l’efficacia della vitamina D3 (colecalciferolo) nella ricostruzione della guaina mielinica – protezione importante delle connessioni neurali – portando a diversi miglioramenti funzionali; si pensa insomma che possa essere un “ormone neurosteroide” capace di incidere sul declino cognitivo. Tali ricerche sono reperibili su PubMed, un portale che riporta una vasta quantità di studi in campo medico da diverse riviste di settore, senza fare un’ulteriore peer review o discernere le pubblicazioni in base all’impact factor, ovvero l’attendibilità dei loro contenuti. Abbiamo selezionato i quattro studi che maggiormente si avvicinano all’ipotesi che la vitamina D possa avere effetti terapeutici sull’Alzheimer.

Il primo studio pubblicato su PLoS One (una eccellente rivista open access), riguarda i nervi periferici dei topi, inoltre l’Alzheimer non viene mai menzionata.

Il secondo studio pubblicato su APMIS (mensile di medicina scandinavo), riguarda la somministrazione di grandi dosi di vitamina D nei topi, nell’ottica di una terapia per la Sclerosi multipla, con risultati non proprio entusiasmanti.

Il terzo studio pubblicato su J Gerontol A Biol Sci Med Sci (rivista della società di gerontologia americana), è stato condotto su un campione di 498 donne dai 75 anni di età in su. Lo scopo della ricerca era quello di verificare se l’apporto di vitamina D potesse essere un predittore dell’insorgere dell’Alzheimer entro sette anni dal manifestarsi della malattia. Dalle conclusioni si evincerebbe che un incremento dell’apporto di vitamina D possa ridurre il rischio di sviluppare l’Alzheimer nelle donne anziane. La ricerca non spiega la relazione tra vitamina D e declino cognitivo, né tanto meno pretende di dimostrare che la sua assunzione possa curare una qualsiasi forma di demenza già in atto.

L’ultimo studio pubblicato sul Journal of Alzheimer disease (importante rivista nel settore trattato), è una meta-analisi (ovvero uno studio che ne compara altri già sottoposti a peer-review), che fin dalle prime righe dell’abstract pone le mani avanti:

La vitamina D è stata studiata in associazione con la funzione cognitiva negli anziani. Non è chiaro se l’ipovitaminosi D possa essere associata alla malattia di Alzheimer (AD). Il nostro obiettivo era quello di rivedere sistematicamente e sintetizzare quantitativamente l’associazione di basse concentrazioni sieriche di 25-idrossivitamina D (25OHD) con AD negli adulti.

Secondo i ricercatori di questa meta-analisi la vitamina D può essere considerata “ormone neuro-steroide” ed un potenziale biomarker dell’Alzheimer. Tutto qui, nulla a che vedere con alcun tipo di somministrazione che possa pretendere di curare una forma di Alzheimer già in atto. Facciamo i nostri più sinceri auguri al padre di Nadia – supponendo che la testimonianza non sia inventata – l’importante è che non si regalino false speranze. Non esiste ad oggi alcuno studio che dimostri l’efficacia della somministrazione di vitamina D per la cura dell’Alzheimer.

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