Lo Chiamavano Jeeg Robot – Il Supereroe italico

di Enrico Bulleri.

In queste ultime settimane si parla insolitamente tanto per un film di genere italiano, dell’uscita di Lo Chiamavano Jeeg Robot, esordio alla regia di Daniele Mainetti, il quale si è cimentato con un genere praticamente inedito nel cinema italiano contemporaneo, tentativo maldestro e ininfluente di Gabriele Salvatores a parte con “Il Ragazzo Invisibile”, l’anno scorso.

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Data la risicatezza del budget rispetto agli analoghi prodotti americani, il film di Mainetti si è inevitabilmente concentrato sui personaggi e sull’ambientazione quale strada praticamente obbligata da intraprendere, e gestendo pure il tutto abbastanza bene. Questo esordio di Mainetti dopo un paio di cortometraggi in tema e di buon successo (uno addirittura candidato all’Oscar), vorrebbe diventare un adattamento dei supereroi classici americani alla Marvel Cinematic Universe, investiti sullo sfondo del solito complotto per distruggere in questo caso l’Italia, e nello specifico Roma: non ci sono personaggi che vogliono specificatamente salvare o conquistare la mondo, ma solamente persone comuni, della strada, dei quartieri, che lottano per la sopravvivenza tra criminali di periferia, coatti borgatari, e boss della camorra. Il Tevere è lercio, le camere sono sporche come le esistenze. L’ambientazione è dunque quella del recente “Non essere cattivo” (2015) di Claudio Caligari, con il quale non a caso condivide il co-protagonista Luca Marinelli, e dai protagonisti che sono dei veri e propri emarginati sociali, in una società che non può fornire alcuna possibilità di emanciparsi dalla propria condizione di partenza, che li rifiuta e non dà la benchè minima possibilità di cambiare la loro esistenza.

Enzo (Claudio Santamaria) è un ladro di mezza tacca che non nutre più alcuna speranza nè per se che tantomeno verso un aiuto e una vicinanza degli altri, sopravvivendo solamente esternamente, in giorni uno dopo l’altro sempre uguali al precedente, tra yogurt avidamente consumati così come il consumo compulsivo di video porno, utilizzando i superpoteri che casualmente si ritrova, solamente per assoggettarli alle sue abitudini più e più volte ripetitive. L’altra protagonista, con la quale egli ovviamente si scontrerà essendo un film è Alessia, una tizia squilibrata che se ne sta quasi sempre a guardare e riguardare i cartoni e tutto quel che ruota attorno a “Jeeg Robot d’Acciaio” come fuga dalla realtà. Zingaro (Marinelli) è, come si diceva un tempo, alla ricerca invece del suo posto al sole nella Roma degli speranzosi di costruirsi una fama, all’inizio attraverso l’effimero cosmo della televisione e riuscendovi quale solamente un mezzo fallito, mentre adesso sta riuscendovi nel divenire un ben più noto e temuto criminale nella malavita romana. La “normalità” degli altri personaggi presenti nel film pare essere solamente racchiusa in un altra vita e in un altro universo, che non può minimamente collimare con questo. Come in un acquario, Enzo li vede e li scruta, mentre coloro che sono oltre il vetro specchiato fanno finta di non vederlo, così come sono oramai tutti anestetizzati a quelli che paiono essere gli orrori terroristici e quant’altro del quotidiano, che i mezzi dell’informazione rilanciano in continuazione.

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Attacchi terroristici che paiono suggerire una situazione italiana di nuovo come quella degli anni di piombo. In questo contesto, persino Enzo può diventare un “buono” della situazione. In questo costante legame con quella che potrebbe già essere definita la realtà dell’oggi, il film gioca le carte migliori in una ricerca del realismo nonostante debba mostrare con leggerezza l’utilizzo dei superpoteri, quindi largo utilizzo di strade vere, personaggi comuni, criminali realistici, e situazioni di tutti i giorni (infatti, “banalmente” la prima vera buona azione che Enzo si trova casualmente a compiere, è quella del salvataggio di una bambina coinvolta in un incidente stradale). Santamaria è come quasi sempre buono nella sua interpretazione del protagonista, la Pastorelli checchè ne dicano in molti evidentemente troppo faciloni, proprio no (difatti sono rimasto abbastanza depresso quando ho scoperto che è un’altra poco diversamente senza arte nè parte che proviene da “Il Grande Fratello”, altrimenti sarei stato già maggiormente prevenuto prima, e non lo ero) mentre Marinelli brilla abbastanza di luce propria anche qui nel suo ruolo da cattivo.

La regia di Mainetti è un pò sopra la media anche come polso registico, rispetto alla media dei prodotti italiani che abbiano voluto negli ultimi anni tentare di cimentarsi ancora con i generi. Personalmente non mi è dispiaciuto, ed è cosa rara per un prodotto italiano contemporaneo di questo tipo, ma da qui a salutarlo da parte di un pò tutti troppo prontamente auto esaltatisi, come una possibile rifondazione e rinascita del cinema di genere italiano, perciò al solito da sostenere e da gonfiare inverosimilmente…Via, non scherziamo. La sequenza migliore è comunque l’assalto alla casa dello Zingaro del clan camorristico e le scene nella stanza di Enzo con Jeeg Robot che viene proiettato sulla parete. La colonna sonora è fatta principalmente di raccordi delle scene nelle quali vengono utilizzati alcuni brani di musica leggera anni ’80, ma più che altro è al solito la sceneggiatura a rappresentare uno dei punti deboli dell’operazione, con una storia e dei personaggi troppo scontati e basici, e anche se può avere l’ombra di una scelta voluta, nei risultati è più una necessità per la mancanza di tutta questa invenzione e capacità di percorrere originali e nuove vie, che molti vi hanno a tutti costi voluto scorgere. Oltretutto e con questi presupposti, anche lo scontro finale non ha niente di memorabile e convincente.

Non mancano ovviamente i riferimenti e gli omaggi/citazioni a tanti altri film e ad altro cinema, a partire da “Kill Bill” e dagli anime come “Jeeg Robot” da cui prendere il titolo. D’altronde Mainetti è innegabile che conosca e bene l’universo dei cartoni e dei fumetti giapponesi, avendoli ispirato tutti i suoi precedenti e come detto anche apprezzati cortometraggi, ma dimostrando anche di avere assimilato nel suo film in qualche misura alcune delle ossessioni peculiari di certi autori del nuovo cinema giapponese quali, nome pressochè obbligato su tutti Sion Sono, quindi il solito sesso in dosi abbondanti se non massicce, meglio se dato e recepito in forme squilibrate da personaggi altrettanto squilibrati, nel corpo tatuato e pieno di piercing come nella mente, la violenza come possibile forma di autodeterminazione e rovesciamento di un esistente fatto soltanto di emarginazioni, dolore, precarietà di rapporti umani e sociali come di inevitabili e assolutamente ineludibili solitudini, con la tecnologia che apporta e gioca in tutto questo un ruolo determinante, con una buona intuizione del film, anche se oramai già fin troppo enunciata. In conclusione, anche considerando quanto di buono possa essere stato realizzato con questo progetto addirittura andato in porto, di cimentarsi con un genere quale addirittura quello supereroistico o comunque fumettistico americano, da parte del cinema italiano del 2016 con un regista giovane e esordiente, e relativi, vistiosi trionfalismi recensori e pubblicistici a parte e fuori luogo, siamo ancora ben lontani dal poter gridare ad una nuova fase di rifondazione grazie alla riuscita relativa questo film.

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