Immigrazione – Lager Australiani Modello di Salvini

di Andrìa Pili.

Abbiamo spesso sentito l’estrema destra indicare l’Australia come paese modello nella lotta contro l’immigrazione, puntando sull’immagine del Commonwealth oceanico.

Il fine è quello di convincere l’opinione pubblica non solo della fattibilità del respingimento dei migranti (se ci riescono in una terra vastissima e circondata dal mare, perché l’Italia non potrebbe farcela?) ma anche della sua compatibilità con i valori di una società progredita (se nella civile Australia non tollerano l’immigrazione, perché gli italiani che chiedono altrettanto sarebbero razzisti?). Ma come si fa in Australia?

I pilastri della politica anti-immigrazione


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Il ministro australiano per l’immigrazione, Scott Morrison, ha annunciato trionfante – alla fine del 2014 – il successo del piano governativo di implemento di intercettazione e riporto navi irregolari: nell’arco di tutto l’anno soltanto una sola imbarcazione è riuscita ad arrivare, con i suoi 157 passeggeri. Un trionfo per il Partito Liberale che – sotto la guida di Tony Abbott – si presentò alle elezioni del 2013 con lo slogan stop the boats; una promessa agli elettori che è stata rispettata, ponendo termine all’ascesa di immigrati giunti irregolarmente per mare dal 2008 (161) in avanti (6555 nel 2010, 4565 nel 2011, 17204 nel 2012, 20587 nel
2013).

Due sono i pilastri della politica anticlandestini: la PNG Solution e la Operation Sovereign Borders. La prima consiste nell’accordo siglato nel 2013 dal governo laburista di Kevin Rudd – incalzato dalla propaganda elettorale di Abbott sulla tematica dell’immigrazione – con il proprio omologo Peter O’Neill, al fine di stabilire in Papua Nuova Guinea tutti i migranti raccolti sulle coste australiane, i quali non saranno accettati in Australia neanche in caso di riconoscimento dello status di rifugiato; in compenso il Commonwealth australiano investirà 500 milioni di dollari australiani nel Paese vicino e si farà carico dell’ampliamento del campo di detenzione dell’isola di Manus, affinché possa contenere 3000 richiedenti asilo, spendendo 137 milioni di dollari. Un accordo di questo tipo fu già siglato nel 2012 tra il primo ministro laburista Julia Gillard e la repubblica di Nauru, un’isola di 21 km^2, perché questa si prenda i migranti in Australia ospitando un centro di detenzione ed altri per rifugiati.

La Operation Sovereign Borders, invece, consiste nell’impiego della Marina Australiana al fine di intercettare le navi irregolari e riportarle indietro, in Indonesia. Questo piano ha prodotto delle tensioni con lo Stato del Sud-Est asiatico, in quanto, talvolta, gli australiani hanno oltrepassato il limite consentito delle 12 miglia nautiche dalle coste indonesiane.

I due pilastri non rappresentano una novità per l’Australia ma sono la riproposizione, in modo rafforzato, della Pacific Solution. Questa era la politica anti-immigrazione seguita dal Paese oceanico dal 2001 al 2008 e, anche in quel caso, fu introdotta da un governo liberale – di John Howard – per frenare un’ascesa di immigrati clandestini (da 200 a 5516 tra 1998 e 2001). Essa portò alla creazione di centri di detenzione per richiedenti asilo a Nauru ed in Papua Nuova Guinea – in attesa di ottenere un visto temporaneo per rifugiati – ed al piano di intercettazione e riconduzione in Indonesia delle navi partite non regolarmente. Il programma fu efficace perché, in sette anni, riuscirono a giungere irregolarmente nelle coste australiane solo 400 persone.

Delocalizzazione della disumanità


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Nella campagna elettorale del 2013, i partiti dominanti australiani hanno cercato di convincere l’elettorato di essere più intolleranti del proprio avversario: i liberali per riprendersi il governo, i laburisti per cercare di conservarlo. Sullo sfondo la vicenda tragica di migliaia di persone – sono 50000 i migranti nell’area del Sud-Est asiatico, secondo l’agenzia ONU per i Rifugiati – costrette a lasciare il proprio Paese. Nei centri di detenzione sul suolo australiano rimangono – al novembre 2014 – 3084 persone, dei quali 2539 giunti irregolarmente dal mare; in maggioranza sono iraniani (972), apolidi (390), vietnamiti (282), tamil dallo Sri Lanka (207) e afghani (174). Ma tra coloro che sognano di trasferirsi in Australia vi sono anche pakistani e somali, mentre, probabilmente, molti di coloro che sono registrati privi di nazionalità sono rohingya. Questi fanno parte di una etnia, di religione prevalentemente islamica, perseguitata dallo Stato birmano, che li ha esclusi dalla cittadinanza; con la Birmania, tuttavia, il governo australiano ha fatto un accordo affinché blocchi le partenze delle imbarcazioni. Tradotto: l’Australia ha stretto un patto perché centinaia di migliaia di persone non possano sfuggire all’oppressione.

Questo è significativo della formula che rappresenterebbe al meglio la politica australiana: nessun migrante sul nostro territorio = non esistono più i migranti, non sono più un nostro problema. In questi giorni, l’opinione pubblica australiana è stata scossa dalla pubblicazione del rapporto Moss. Questo è uno studio condotto sotto la direzione dell’ex Integrity Commissioner – incarico volto a garantire l’etica nel rispetto delle leggi –Philip Moss sulle condizioni umanitarie nei campi per richiedenti asilo e rifugiati a Nauru. Sono emersi numerosi casi di violenze sessuali su donne e minori. Già l’agenzia ONU per i rifugiati aveva redarguito l’Australia, in quanto, nei centri di Nauru e Manus, non sono garantite condizioni di umano trattamento in detenzione.

La UNHCR illustrò casi di deterioramento della salute mentale di donne e bambini, depressione, cattive condizioni di igiene. La PNG Solution è stata esplicitamente definita come peggiorativa della condizione degli immigrati, vessati da trattamenti inumani.

Il quotidiano britannico The Guardian si è occupato molto della questione umanitaria nei centri offshore australiani, documentando molti casi eloquenti: donne incinte desiderose di abortire per non crescere i propri figli in un clima di assoluta incertezza; immigranti che – malgrado abbiano ottenuto lo status di rifugiati – chiedono di ritornare nel centro di detenzione, in quanto temono violenze da parte della popolazione locale; donne stuprate nel centro per rifugiati o che dormono in jeans, per rendere più difficile la violenza sessuale su di esse. Per ostacolare la realizzazione di questi scomodi reportage, il governo di Nauru ha alzato il costo del visto per i giornalisti da 200 ad 8000 dollari.

Il limbo


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Gli immigrati nei campi offshore sono condotti verso la depressione ed il disagio psichico a causa della sospensione della propria vita in un limbo interminabile e senza speranza. Giunti sulle coste australiane, entro 48 ore sono stati trasportati in delle isolette contro la propria volontà; detenuti a tempo indeterminato in dei centri di detenzione in condizioni disumane; se riconosciuti come rifugiati (a ottobre 2014 circa 400 persone a Nauru e altre 400 nell’isola di Manus, per oltre 2000 persone rimaste nei centri detentivi), oltre ad essere trasferiti in un altro campo – di condizioni non migliori (centri di Anibok, Anibare a Nauru e Lorengau nella PNG) – si ritrovano esposti all’intolleranza di una parte della popolazione locale, con un permesso di soggiorno per 5 anni in un luogo dove non avrebbero mai voluto mettere piede e posti di fronte al muro che il governo australiano ha posto di fronte a loro. Molti di essi non possono ricongiungersi ai propri familiari, giunti in Australia anni prima.

Non rimane altro che la depressione o la rivolta. A Nauru, i rifugiati hanno protestato nel settembre 2014 contro l’accordo siglato tra Australia e Cambogia perché il Paese dei khmer si faccia carico di ospitare una parte dei richiedenti asilo attualmente detenuti nella piccola repubblica oceanica. Pochi giorni fa, invece, i rifugiati hanno marciato pacificamente verso la stazione di polizia di Yaren al fine di chiedere la liberazione di altri profughi, detenuti dopo aver violato la norma che impedisce loro di riunirsi in pubblico in gruppi di oltre 3 persone. 183 dimostranti sono stati arrestati.

Nell’isola di Manus- ove da novembre 2012 al dicembre 2014 sono state condotte 1650 persone- le tensioni tra immigrati, autorità locali e la sicurezza australiana sono state più forti. Il centro di detenzione, situato in un posto detto Lombrum, è stato teatro di due grandi rivolte causate dai ritardi nei tempi di riconoscimento dello status di rifugiato: nel febbraio 2014, nel tentativo di riportare la calma, membri del personale locale del campo uccidono Reza Berati- esule iraniano di 23 anni- mentre altre 70 persone rimangono ferite e 8 finiscono in arresto secondo la legge criminale della Papua Nuova Guinea; nel gennaio 2015, 500 richiedenti asilo si mettono in sciopero della fame, diversi si cuciono le labbra, per richiamare l’attenzione sulla propria segregazione protratta da un anno e mezzo.

Italia modello Australia?


«Le grandi navi della Marina Militare li aiutano e li soccorrono in mare, li fanno salire a bordo e li’ procedono all’identificazione e verificano chi sono. Se sono profughi li accolgo, quelli che non hanno titolo li riporto con le navi della Marina Militare nel luogo dal quale sono partiti».

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Con questa frase- pronunciata su Radio Capital Matteo Salvini ha illustrato il modello australiano, cui vorrebbe ispirarsi. Una visione fantastica che ignora completamente la lunghezza temporale di questa “verifica” e ci dice molto sulla doppia faccia della destra estrema, volta ad occultare i costi delle proprie politiche in termini di diritti. Da Lega Nord, Fratelli d’Italia e Casapound sono copiosi gli appelli perché la Marina Militare “difenda i confini” con un blocco navale ai barconi di migranti, perché si costruiscano dei centri di accoglienza nel Nord Africa. Alla luce di quanto qui analizzato, sappiamo che si tratta di progetti incompatibili con l’umanità.

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