Energie Rinnovabili – Verso il Comunitarismo

di Juanne Pili.

Si chiamava Aurelio Peccei. Già negli anni ’70 annunciò la fine dei combustibili fossili per il XXI secolo. A svelarcelo è Luca Mercalli, autore del saggio Prepariamoci, edito da Chiarelettere.

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Aurelio Peccei

Già negli anni ’60 Peccei, allora importante industriale italiano – non certo un hippy – si chiese se fosse plausibile mantenere i ritmi dello sviluppo senza compromettere l’equilibrio con la natura, portando ad un rapido esaurimento delle risorse. Nacque così il Club di Roma, dove diversi intellettuali cominciarono a rompere le scatole, ponendosi dubbi piuttosto scomodi nell’Italia dell’amante libica e del mito di Mattei. A dar loro manforte i ricercatori del MIT di Boston, decisi a verificare coi fatti se Peccei fosse un paranoico oppure un genio. Studiarono e verificarono che la seconda opzione era quella giusta.

Peccei, genio ingiustamente dimenticato, aveva ragione. Nel 1972 il MIT pubblicò il rapporto I Limiti della Crescita, il cui titolo era tutto un programma.

«I limiti delle risorse naturali avrebbero costretto la crescita a fermarsi nel corso del XXI secolo. Quelle previsioni stanno diventando i titoli dei nostri giornali».

La cosa fece notizia giusto nel ’73 durante la crisi petrolifera indotta dall’OLP e i giorni dell’austerity. Poi finì nel dimenticatoio. Gli anni passarono, nel 1984 Peccei muore. Nel 2006 viene pubblicata la terza edizione del rapporto MIT, I Nuovi Limiti dello Sviluppo; tra gli autori anche Dennis Meadows e Jorgen Raders, che parteciparono alla prima edizione. L’indifferenza che accolse il nuovo studio fu mondiale oltre ché stupida. Ormai è troppo tardi – in tutti i sensi – qualcuno comincia comunque a svegliarsi. Nello stesso anno in Italia Piero Angela e Lorenzo Pinna pubblicano per la Mondadori, La Sfida del Secolo.

Lo scenario del nuovo rapporto MIT fa paura.

«Il concetto è che dal 1° gennaio al 21 agosto 2010 l’umanità ha consumato le risorse rinnovabili del pianeta, mentre del 22 agosto al 31 dicembre ha consumato il capitale naturale».

petrolioinesauribileSe confrontiamo la biocapacità del nostro pianeta, ovvero la capacità di fornirci energia, con la nostra impronta ecologica, ovvero il nostro consumo, si scopre che l’umanità è in deficit col mondo. Viviamo al di sopra dei nostri mezzi. Gli effetti di questa bolla ecologica, quando esploderà, farà sembrare le crisi del ’29 e del 2008, un raduno di bonzi tibetani sotto massicci dosi di sedativo. Anche Riccardo Varvelli nel suo Petrolio e Dopo? cita Peccei e il Club di Roma, ma per criticarne i risultati. Compresi quelli del primo rapporto del MIT. Non di meno, ci riferiamo in particolare alle successive due edizioni del rapporto; l’ultimo è stato pubblicato nel 2006, un anno prima del suo studio. Inoltre Varvelli si riferisce alla versione italiana, che Mercalli sostiene essere stata tradotta male. Varvelli ha comunque ragione nel criticare le “previsioni” proliferate a seguito di quel primo rapporto, le quali presentano imprecisioni dovute al fatto che non vi fossero esperti nel settore petrolifero, quale Varvelli invece è, avendo lavorato per delle aziende petrolifere.

Ci sono almeno quattro documenti importanti, prodotti da altrettanti eventi internazionali che vale la pena menzionare, i quali non possono essere ignorati con tanta leggerezza, a partire dal Protocollo di Kyoto del 16 febbraio 2005; Renewables 2004; World Energy Council 2004; Conferenza di Sydney 2004.

Vi sono poi dei “classici” come il rapporto A Time to Choose, di David Freeman, commissionato dalla Ford Foundation nel 1974. Non certo un collettivo di figli dei fiori.

Hermann Scheer nel suo Autonomia Energetica riporta che,

«Nel 1979, la Union of Concerned Scientists, cui appartenevano numerosi premi Nobel, pubblicò uno studio che descriveva in dettaglio la possibilità di una totale conversione degli Stati Uniti alle energie rinnovabili entro il 2050».

A questo fece seguito un contro rapporto degli industriali americani intitolato No Time to Confuse, il cui titolo è tutto un programma. Il comportamento dei petrolieri somiglia a quello delle multinazionali del tabacco, quando si fa notare che le sigarette sono cancerogene, ma molto più intollerante, ignavo e miope. Se volgiamo lo sguardo alle masse invece, vediamo un misto tra tendenza allo status quo e ipocrisia pura, da parte dei soliti radical chic, che come direbbe l’indimenticabile George Carlin:

 

 

«Vogliono un mondo più pulito per poter girare tranquilli coi loro Suv».

Il grande satiro americano ci ha ricordato anche che il mondo sta bene – «non è mai stato meglio» – siamo noi quelli in pericolo. Citiamo a memoria:

«Provate chiedere agli abitanti di Pompei, sommersi dalle ceneri del Vesuvio se secondo loro il mondo ha bisogno di aiuto».

La superbia umana non conosce limiti. Come possiamo pensare di fare anche solo il solletico ad un pianeta che ha visto cadere su di sé migliaia di asteroiti, meteoriti e raggi cosmici? No, qui si tratta di salvare noi stessi; pezzenti, satiri o petrolieri, dureremo poco se continuiamo questo andazzo, ed il pianeta ci spazzerà via con disinvoltura, come ha già fatto nelle precedenti estinzioni di massa.

Orti Comunitari


L’energia è il cordone ombelicale che lega la civiltà alla natura. Quando se ne parla dobbiamo tenere conto di più punti di vista, in quanto ogni aspetto della nostra vita si basa su di essa. Esiste un potenziale naturale, un potenziale tecnico, uno economicamente sfruttabile, ma soprattutto sociale dell’energia.

ortiIn questo modo possiamo notare anche come la crisi energetica sia già in atto sotto forma di tante crisi contemporanee, correlate tra loro: esistono una crisi climatica mondiale; dell’esaurimento e della dipendenza; della povertà dei paesi in via di sviluppo; del riarmo nucleare; dell’acqua; dell’agricoltura; della sanità (vedi le patologie di chi è impiegato nell’estrazione delle fonti fossili); eccetera. Spesso e volentieri si assiste ad un mal celato depistaggio dai problemi reali che certe tecnologie rappresentano, facendo cadere in errore il critico e nel pressapochismo l’apologeta.

Gli OGM da quando sono sulla bocca di cani e porci, vengono descritti dai loro detrattori come pericolosi per la salute, magari tirando fuori argomenti pseudoscientifici, e via col patetico attacco alla comunità scientifica. Certo, se si chiede ad un biologo cosa ne pensa degli organismi transgenici, non potrà fare altro che dare una risposta biologica – altro non interessa sapere da lui – eppure se voglio un parere riguardo l’inflazione monetaria non chiedo ad un cartiere della banca centrale, ma ad un economista. Il problema non è la sostanza ma l’uso che se ne fa.

E presto detto, il problema degli OGM non sta nella loro sostanza ma nel potenziale disastroso che paventano rispetto alle comunità locali. In tutto il mondo l’agricoltura è minacciata dai prodotti geneticamente modificati, non certo perché questi fanno male alla salute. Inventarsi questa balla non fa altro che legittimarli una volta che se ne verifica la falsità. Fanno male al contadino che si trova a competere con prodotti meno costosi, provenienti da chissà dove; fanno male a noi che uccidiamo la nostra terra svendendola alle multinazionali; fanno male alla cultura che dovrebbe essere usata per difenderci dai soprusi, mentre invece viene banalizzata, anche attraverso domande poste a chi ha competenze diverse.

Eppure in tempo di guerra esistevano gli orti comunitari, creati negli spazi urbani disponibili. Col compost ricavato dai rifiuti organici si ottiene un eccellente fertilizzante. Ma siccome se non abbiamo l’ananas fuori stagione non siamo cool, proporre ai comuni una cosa del genere potrebbe suscitare al momento solo ilarità. Mentre farebbe paura ai futuri magnati del transgenico, e quelli attuali dei fertilizzanti. Da quando fa schifo mangiare sano e gratis i prodotti di casa nostra? Forse ci mancano giovani disoccupati con un paio d’ore di tempo libero a sufficienza?

victorygardenChi si ricorda quegli orti creati negli spazi verdi cittadini a Londra, i cosiddetti Victory Garden, così come in altre città europee, durante la Seconda Guerra Mondiale? quando i generi di prima necessità dovevano essere comprati alla borsa nera. Nel 2007Brian Halwel e Danielle Neirenberg, pubblicarono per lo State of the World, delWorldwatch Institute, un interessante articolo, che metteva in luce la convenienza di riproporre la cultura dell’ agricoltura urbana; gli orti comunitari non sono soltanto un triste retaggio bellico, ma una opportunità per un futuro dove le fonti fossili si avvieranno all’esaurimento.

A tal proposito è bene ricordare, che il cibo è la fonte di energia che qualsiasi essere vivente deve imparare a rifornirsi; se parliamo degli esseri umani, si tratta – cinicamente – del combustibile necessario a mantenere il più importante (anche se con scarsa resa) convertitore energetico industriale: l’
Essere Umano.

L’agricoltura in città è già il presente in alcuni centri urbani:

«Ad Accra, Bijing e Vancouver … lavorare la terra e allevare animali in città non è una novità».

Questa attività era già presente all’alba delle prime città-stato; basti pensare ai giardini pensili di Babilonia e alle prime civiltà in Siria, Iran, Iraq, Machu Picchu, eccetera. Proprio gli elevati costi di trasporto motivavano a coltivare ed allevare nelle città. La scomparsa di questa cultura si deve più a istanze politiche, che non di meno, rappresentavano quelle economiche di un nuovo modo di produzione e dell’ascesa di nuove leve del potere:

«Sul finire del 19° secolo, molte città scelsero di associare a un unico sistema fognario l’acqua di scolo delle case e quella delle industrie, inquinandola … L’agricoltura urbana divenne non solo sempre più difficile da praticare ma pure illegale, questo grazie anche all’impegno di funzionari molto zelanti e di un personale sanitario deciso a eliminare ogni forma di allevamento animale dalle città».

Eppure rimangono ancora tracce di questa attività, che se volete, sfata il mito del contadino antropologicamente separato dal cittadino. Un mito funzionale al novo modo di produzione di tipo capitalista. Secondo l’UN Development Programme oggi sono 800milioni gli agricoltori urbani nel mondo, di questi 200milioni producono principalmente per il mercato. Quando si dice “prodotti di casa nostra”, non è evidentemente solo in senso figurato.

agricoltura-urbanaSempre più la cementificazione sta portando ad una avanzata, che pare inesorabile dei “deserti alimentari”; dove i cittadini a basso reddito si avvelenano nei fastfood, preferendo generi alimentari di importazione, semplicemente perché esiste questa separazione del tutto arbitraria e classista tra popolazione agricola e urbana. Del resto lo slogan “Sei disoccupato? Vai a zappare!” non è per niente cool, eppure è sempre meglio che dipendere da uno stronzo o dover chiedere monetine in strada. A sentire Mercalli non sarebbe un lavoro a tempo pieno; il famoso meteorologo riesce ad onorare gli altri suoi impegni, dedicando qualche ora nei weekend al suo orto, che a detta sua, lo rende indipendente dai supermercati. Del resto è per questo che miliardi di persone nel mondo, svendono il proprio tempo, (spesso più di 10ore al giorno, in condizioni che sfidano le più banali norme igieniche e di sicurezza) per potersi permettere il cibo. Il cosiddetto “salario minimo”, così attuale fuori dal mondo occidentale – che lo ha sublimato nelle varie forme di precariato e delocalizzazione – è la somma necessaria a mantenere in funzione la macchina uomo. Un lavoratore che non ha il problema di doversi pagare il sostentamento vedrebbe nel lavoro, finalmente, il senso della propria personalità, una scelta economica realmente libera e dignitosa.

Consideriamo la possibilità ecologica e remunerativa di poter riciclare i rifiuti organici e le acque di scolo per l’agricoltura urbana. Nei paesi in via di sviluppo sono causa di epidemie, come facilmente intuibile. Pensiamo a quei turisti che finiscono in ospedale dopo essersi fatti un’insalata in Egitto, per esempio. Quindi abbiamo sbagliato argomento? Forse il costo per il filtraggio dell’acqua renderebbe l’impresa economicamente insostenibile? Per niente, esistono già esempi che testimoniano il contrario in paesi del cosiddetto Terzo Mondo:

«A Lima, in Perù, in acque di scolo trattate si allevano i tilapa, una coltura dichiarata adatta al consumo e conveniente dal punto di vista economico … gli agricoltori locali usano queste acque trattate per irrigare, e hanno pagato volentieri i costi di gestione … spendendo la metà di quanto avrebbero fatto per le acque di falda».

compostVeniamo al compost: trasformare rifiuti organici in fertilizzante può essere un business, già oggi; con la diffusione dell’agricoltura urbana aiuterebbe molte famiglie sotto la soglia di povertà e si creerebbero nuovi posti di lavoro. Già a livello comunale questi progetti sono fattibili; piuttosto che abbandonarli all’incuria, allo spaccio e consumo di droghe pesanti, eccetera, molte zone verdi (per la verità spesso si tratta di aree abbandonate all’incuria e basta) e aree altrimenti adibite a discarica, vedrebbero in questo modo una nuova vita. Senza contare gli incassi comunali dovuti alla vendita di prodotti locali a costi competitivi, in quanto le spese di trasporto sarebbero minime.

Infine pensiamo al problema dovuto all’aumento dei prezzi causato dall’impiego di certe colture importanti come i cereali per la produzione di biocombustibile. Diffondere la cultura degli orti comunitari a questo punto diventa non solo una opportunità di emancipazione, ma anche un contributo allo sviluppo sostenibile, dove gli OGM non minaccerebbero il contadino, perché vegetali modificati allo scopo di avere una maggiore resa, ai fini industriali, occuperebbero aree agricole ridotte e la popolazione urbana avrebbe proprie coltivazioni locali, senza dover dipendere dalle multinazionali del transgenico, che altrimenti monopolizzerebbero l’agricoltura. Ecco quindi che l’agricoltura urbana si presenta anche nella forma di baluardo contro i trust e lo strapotere delle lobby transnazionali.

Un futuro già presente, che aspetta solo l’intelligenza e l’intraprendenza dei giovani di tutte le zone urbane.

Il nucleare è un esempio calzante di quanto la disinformazione possa sabotare una rivoluzione sociale che le energie rinnovabili rappresenterebbero.Angelo Baracca, docente di Fisica all’Università di Firenze, ha pubblicato nel suo l’Italia Torna al Nucleare? Un elenco emblematico. E’ importante segnalare che questo elenco Baracca lo pubblica nel 2008, ovvero in tempi non sospetti.

Ne riportiamo alcuni passi:

«8 dicembre 1995. Il reattore di Monju … viene chiuso dopo un grave incidente … la chiusura viene considerata “a lungo termine”. 11 marzo 1997. Esplosione e incendio all’impianto di rittrattamento di Tokaimura, rilascio di radiazioni, 37 lavoratori esposti. I gestori dell’impianto ammettono di avere atteso 5 ore prima di informare le autorità. 30 settembre 1999. Il più grave incidente in Giappone, ancora nell’impianto di ritrattamento di Tokaimura … si innesca una reazione a catena … 3 lavoratori gravemente contaminati, 2 deceduti, altri 119 esposti a radiazioni … decine di residenti ospedalizzati … Settembre 2002. La più grande centrale giapponese costruita spegne i reattori per 17 ore … dopo avere ammesso la falsificazione di dati sulla sicurezza. 9 agosto 2004 … la rottura di una conduttura nel reattore-3 della centrale di Mihara uccide 5 lavoratori … la data dell’incidente coincise con l’anniversario della bomba atomica sganciata su Nagasaki. 16 luglio 2007. Un terremoto di grado 6,8 della scala Richter causa danni al più grande impianto nucleare del mondo, Kashiwasakikariwa, con 7 unità, che viene chiuso».

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Tutti questi casi rappresentano altrettanti investimenti buttati. Per isolare, mettere in sicurezza, costruire nuovi impianti, eccetera. Inoltre si registra come chi lavora nelle centrali venga considerato quasi come un cittadino di serie B, da sacrificare in nome della sicurezza di chi vive fuori.

In uno dei paesi più ricchi al mondo, esiste già una casistica agghiacciante che ci mostra un Giappone costretto a fingere di non vedere, perché il nucleare lì è già l’unica fonte di energia. Un incubo quotidiano, fatto di omissioni, pressapochismo e ignavia. Non sembra affatto la panacea di cui ci hanno parlato. Eppure attraverso i TG è passata l’idea che Fukushima fosse una sorta di sfortunata eccezione, paragonabile per probabilità ad un disastro aereo.

Chi vanta il nucleare continua pedantemente a smontare il caso Chernobyl, in modo da non dover parlare dei casi recenti, restando sul campo della Fisica, ignorando l’economia, il sociale, e altre discipline umane di cui spesso non sono competenti. Il problema è che spesso anche i detrattori dell’economia all’uranio continuano a parlare di Chernobyl, che farebbe passare il vostro soggiorno ben più a norma di quella centrale!

Infine viene fatta passare l’idea che il nucleare sia una fonte rinnovabile – sempre attenti a non dire chiaramente una sciocchezza simile – quando l’uranio è soggetto anch’esso alla Curva di Hubbert, ovvero all’inevitabile levitazione del prezzo, (causato dal progressivo esaurimento delle scorte) rendendo i costi superiori ai guadagni, ben prima che si esaurisca del tutto.

Economia verde – La Terza Rivoluzione Industriale


Gli speculatori che nel 2008 hanno creato la bolla immobiliare potrebbero, se anche stavolta non si prendono provvedimenti, gettarsi a capofitto sulle rinnovabili.

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Jeremy Rifkin

Potremmo vedere a breve quel che già si è visto in Sardegna, con l’Enel che tenta di costruire pannelli fotovoltaici centralizzati. Così come la rivoluzione industriale nasce sottraendo il plusvalore all’operaio, quella futura potrebbe rubare l’energia in eccesso prodotta nelle vostre case. Non ne siamo certi ma lo temiamo. Infatti il mondo è pieno di truzzi che preferiscono fare debiti per una automobile, la quale prima ancora di ammortare il mutuo vale già la metà, mentre è raro che in un condominio passi l’idea di dividere la spesa (dai 4 ai 7mila euro) per montare pannelli solari e fotovoltaici, i quali nei primi 5 anni ripagano la spesa e nei seguenti costituirebbero una rendita per tutti i condomini, dovuta al surplus di energia che la rete tradizionale dovrà pagare loro. Luca Mercalli la chiama resilienza condominiale. Il Prof. Riccardo Varvelli stimò un guadagno minimo di 600 euro l’anno.

hydrogenpk4Una particolare attenzione va posta verso chi spaccia la tecnologia a idrogeno come una panacea. Certamente lecelle a combustibile descritte da Jeremy Rifkin sono ottimi accumulatori, in grado di cancellare il problema dell’intermittenza di fotovoltaico ed eolico, permettendo una completa indipendenza dai combustibili fossili; ma se viene presentato come fonte a se, e non come vettore di supporto alle altre energie, dobbiamo preoccuparci, perché potrebbe rivelarsi un boccone prelibato per chi tenta di rimettere in auge il nucleare. Infatti l’idrogeno, al momento, si può ricavare in modo proficuo solo per elettrolisi (anche se si stanno studiando altri metodi, come l’utilizzo di batteri transgenici) la quale richiede di spendere più energia di quanta ne viene prodotta. Solo applicando il nucleare ci appare conveniente, per poter costruire mezzi a idrogeno, che sfrecciano a 300Km/h, altrimenti senza i soliti incidenti del sabato sera, (tenendo conto di quanto questo gas sia infiammabile) avremmo tutti un moto di sconforto.

Eppure il programma di Rifkin appare suggestivo e teoricamente possibile. Nei suoi Cinque Pilastri, si esplica la sua Terza Rivoluzione Industriale, dove il passaggio alle rinnovabili è il primo punto; i patrimoni immobiliari dovranno essere convertiti in impianti di micro-generazione per raccogliere energia in loco; verrà applicata la tecnologia di immagazzinamento dell’energia basata sull’idrogeno per risolvere il problema dell’intermittenza; uso capillare della tecnologia internet per il coordinamento peer to peer; infine, la produzione di veicoli plug in.

«E’ l’ultima delle grandi rivoluzioni industriali e creerà le infrastrutture fondanti di una emergente età collaborativa».

Quarant’anni per realizzarla, permettendo il passaggio da una gestione verticale ad una orizzontale delle risorse. Effettivamente la storia ci mostra una evoluzione attraverso le varie crisi sistemiche a livelli sempre più alti di sovranità popolare e libertà individuali. «Io ci aggiungerei una villa con piscina», direbbe il prof. Fontecedro. Infatti noi in una crisi sistemica ci siamo già, ma non sarà facile superare le resistenze allo status quo. Del resto tentare di forzare il cammino della storia
con programmi teorici puzza di ideologia. Sappiamo bene quali rischi comporti, ma è sempre meglio che starsene fermi ad aspettare.

Per saperne di più – Spegnete YouTube: Sloggatevi dalla sedia e andate in Biblioteca


biblioteca

Angela, Pinna, La Sfida del Secolo, Mondadori, 2006

Baracca, L’Italia al Nucleare? I costi, i rischi, le bugie, Jaca Book, 2008

Bartolazzi, Le Energie Rinnovabili, Hoepli, 2006

L’Espresso, 27 Ottobre 2011

Legambiente, Ambiente Italia 2007. Rapporto annuale di Legambiente, Edizioni Ambiente, 2007

Legambiente, Ambiente Italia 2008. Rapporto annuale di Legambiente, Edizioni Ambiente, 2008

Maugeri, Con Tutta l’Energia Possibile. Tutto quello che è necessario sapere sui problemi e il futuro delle diverse fonti di energia, Sperling & Kupfer, 2008

Mercalli, Prepariamoci, Chiarelettere, 2011

Rifkin, Economia all’Idrogeno, Mondadori, 2002

Scheer, Autonomia Energetica. Ecologia, tecnologia e sociologia delle risorse rinnovabili, Edizioni Ambiente, 1999

Sheer, Il Solare e l’Economia Globale. Energia rinnovabile per un futuro sostenibile, Edizioni Ambiente, 1999

Varvelli, Le Energie del Futuro. Carbone, nucleare o energie verdi? ETAS, 2008

Varvelli, Petrolio e Dopo? Contro le false tesi sulla fine dell’oro nero, ETAS, 2007

Veronesi, Bevan, Lovelock, Smil, De Michele, Schlapbach, Progettare l’Energia. La sfida delle fonti energetiche pulite, rinnovabili, sicure per l’uomo e l’ambiente, Sperling & Kupfer, 2008

Worldwatch Institute, State of the World 2007. Rapporto sullo stato del pianeta, Edizioni Ambiente, 2007

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